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Dott. Adolfo Sangiorgio
Specialista in Urologia



MALATTIE DELLA PROSTATA E DINTORNI

 

Conoscere meglio il problema per aiutarci a scegliere

 

Le malattie ed i fastidi correlati a disturbi della prostata e delle vie genito-urinarie sono in grande aumento.

Il progressivo invecchiamento della popolazione e le condizioni di buona salute delle quali godono gli ultra settantenni oggi, fanno emergere alcuni aspetti che solo pochi anni fa venivano classificati come  “inevitabili disturbi” correlati all’ eta’.  Al tempo stesso le abitudini di vita dei giovani e degli adolescenti si stanno modificando e sempre piu’ spesso i giovani si rivolgono all’ urologo per conoscere meglio una parte “nascosta” del proprio corpo e che talvolta riserva fastidiose e prolungate sofferenze.

Per meglio capire e distinguere i sintomi correlati alle basse vie urinarie, elenco brevemente i disturbi piu’ comuni per capire quando bisogna modificare da soli le proprie abitudini e quando invece e’ indispensabile rivolgersi al proprio medico curante o allo specialista urologo.

Le malattie piu’ comuni della prostata possono essere classificate in tre grandi gruppi: le infezioni prostatiche, l’ ipertrofia prostatica benigna ed i tumori della prostata.

Le infezioni della prostata ( le cosiddette “prostatiti”)  possono colpire qualsiasi eta’ma sono maggiormente frequenti nel giovane sessualmente attivo.

La prostatite acuta si manifesta improvvisamente con febbre, bruciori urinari, aumento considerevole delle minzioni, e sensazione di grave malessere generale. La sua origine e’ spesso batterica e la terapia si basa su assunzione di antibiotici ad ampio spettro e sul controllo dei sintomi dolorosi con farmaci sintomatici. La risoluzione del quadro richiede spesso diversi giorni ed il completo benessere si raggiunge solo dopo diverso tempo dal termine della terapie.  E’ frequente, a giudizio del medico, la somministrazione di un nuovo ciclo di antibiotici quando il quadro non appare ancora migliorato sensibilmente dopo le prime cure.  La prostatite cronica invece e’ un quadro che si manifesta in modo piu’ subdolo, con segni e sintomi lievi ma fastidiosi e spesso presenti da diverso tempo. Bruciori urinari occasionali, fastidi o dolore ad entrambi i testicoli, senso di incompleto vuotamento e fastidi imprecisati della zona perineale e perianale, accompagnano spesso questo quadro che spesso e’ trascurato dal Paziente.

Questo secondo quadro, benche’ meno  grave del precedente, richiede invece una approfondita valutazione ed una ricerca scrupolosa delle cause che possono essere temporalmente anche lontane. Abitudini errate, alimentazione poco  ricca di elementi nutrizionali importanti ed errori nelle abitudini sessuali possono spesso  predisporre a fastidi genito-urinari anche complessi e di difficile soluzione.

L’ attenta valutazione da parte dello specialista e l’ analisi accurata delle possibili cause contribuiscono in maniera determinante alla risoluzione del quadro.

L’ ipertrofia prostatica  consiste in un lento ma costante ingrossamento della prostata che con il tempo tende a comprimere l’ uretra (il canale dove scorre l’ urina) che passa al suo interno.  La malattia e’ molto diffusa ed e’ influenzata principalmente dall’ eta’ , da fattori ormonali e da abitudini di vita errate.  L’ evoluzione di tale malattia e’ cosi’ lenta che spesso non ci si accorge nemmeno dei cambiamenti in corso, e ci si abitua inconsciamente a disturbi ritenuti quasi normali. In questa fase ( detta fase di compenso) alcuni meccanismi vescicali riescono a compensare la progressiva ostruzione del flusso, rendendo i disturbi piu’ tollerabili. Improvvisamente pero’ i meccanismi di compenso vescicali vanno in crisi facendo comparire quadri acuti di ostruzione che possono arrivare fino all’ improvvisa impossibilita’ di urinare completamente da un giorno all’ altro.

E’ indispensabile pero’ inquadrare l’ ipertrofia prostatica mentre si trova ancora nella fase di compenso, perche’ in tale periodo ( che dura molti anni) sono moltissime le possibilita’ di recupero e cura del problema. Intervenire invece , anche chirurgicamente, quando la fase di compenso e’ stata superata, puo’ non garantire una completa ripresa delle funzioni minzionali, arrivando, nei casi piu’ gravi, anche a compromettere seriamente  la funzione renale.  E’ indispensabile quindi, a partire dai 50 anni di eta’, effettuare un controllo urologico anche in caso di assenza di particolari disturbi.

Con semplici accertamenti infatti, garantiremo al nostro apparato urinario una funzionalita’ ottimale che verra’ preservata per molti anni.

Ancor prima di eseguire complicati accertamenti invasivi, e’ utile sentire il parere dello specialista che sapra’ modulare gli esami necessari sulla base delle effettive esigenze.  Oltre alla terapia, quando necessaria, sapra’ inoltre consigliare un insieme di comportamenti ed eventuali prodotti naturali che stanno recentemente emergendo per il loro potere curativo in assenza di significativi disturbi collaterali.

Il tumore della prostata  costituisce  il secondo tumore per incidenza nel sesso maschile, superato solamente dal tumore del polmone.

La sua evoluzione e’ molto lenta ed e’ sicuramente influenzata da fattori genetici ed ormonali.  Abitudini di vita errate, una dieta ricca di grassi animali e povera di frutta e verdura e l’ assenza di alimenti con funzione di protezione favoriscono il suo sviluppo. La sua presenza e’ sicuramente correlata all’ eta’ e si stima che al di sopra degli 80 anni sia presente ( anche se in forma clinicamente non significativa) in piu’ dell’ 80% degli uomini.

La notevole differenza di incidenza tra le popolazioni asiatiche e quelle occidentali ( molto piu’ elevata) ha fatto pensare alla presenza di alcune sostanze alimentari con un grande potere di protezione nei confronti della malattia.

Una visita urologica con esplorazione rettale, associata ad un semplice esame del sangue ( PSA) consentono una diagnosi in piu’ del 90 % dei casi.

Le molteplici opportunita’ terapeutiche, una attenta analisi del significato clinico ed una valutazione specialistica consentono poi di differenziare la terapia  che puo’ variare dall’ intervento chirurgico, alla semplice vigile attesa nei casi a comportamento meno aggressivo.

Una visita urologica di screening va effettuata a partire dai 55 anni di eta’, e verra’ ripetuta ad intervalli abbastanza lunghi ( 1-2 anni) a giudizio dello specialista in base a semplici parametri.  Nel contempo lo specialista potra’ fornire indicazioni precise ed integrazione con principi farmacologici o naturali con effetti significativi di prevenzione. Alcune sostanze recentemente studiate contenute in alcuni alimenti ( soia, pomodoro, te’ verde, curcuma) hanno dimostrato un eccellente azione di prevenzione e cura in assenza di significativi effetti collaterali.

In un periodo caratterizzato da un importante aumento dell’ eta’ media della popolazione, in presenza di risorse economiche limitate, l’ aspetto della prevenzione diviene sempre piu’ importante per poter dare una risposta migliore,  economica  e sicuramente piu’ gradita.  Il vecchio detto “prevenire e’ meglio che curare” non e’ mai stato cosi’ attuale e a fronte di tecnologie diagnostiche e terapeutiche sempre piu’ sofisticate, il semplice cambiamento di alcune abitudini e l’ assunzione di sani alimenti si impone come necessaria alternativa per un miglioramento del benessere di tutti.

 

 

 

 

Dott. Scarpelli Silvio
Specialista in Gastroenterologia



INTOLLERANZA AL LATTOSIO
DIAGNOSI CON  2H BREATH TEST AL LATTOSIO
Solo 2 Italiani su 5 assumono il latte senza problemi

 
Molti studiosi ritengono che la digestione del latte ebbe inizio nel periodo Neolitico, dopo che il latte animale divenne disponibile per la nutrizione di bambini e adulti
L’intolleranza al lattosio nell’adulto è molto comune ed è legata ad una progressiva riduzione, geneticamente determinata, dell’enzima lattasi presente nel piccolo intestino. Questo enzima permette la scissione e quindi l’assimilazione intestinale delle due componenti zuccherine che costituiscono il lattosio (glucosio e galattosio). La riduzione o l’assenza dell’enzima fanno si che il lattosio giunga immodificato dal piccolo al grosso intestino (colon) dove, per opera dei batteri ivi presenti viene fermentato con conseguente  produzione di gas (prevalentemente idrogeno) ed acidi che sono alla base della sintomatologia clinica spesso accusata dai soggetti che ne sono affetti.
L’attività lattasica intestinale è geneticamente programmata a declinare con l’età gia a partire dall’età di 2 anni. Segni e sintomi di questo progressivo declino generalmente non compaiono prima dei 6-7 anni di età e possono non essere così evidenti fino all’età adulta in ragione della quantità di lattosio presente nella dieta di ognuno.
Il deficit di lattasi che si riscontra nell’adulto varia ampiamente tra le varie popolazioni. Nel nord Europa vi è una prevalenza di circa il 5%, nell’Europa Centrale, del 30%, nell’Europa del Sud, del 70%.
Esiste tuttavia un deficit di lattasi secondario ad eventi infiammatori acuti del piccolo intestino(gastroenteriti, batteriche o virali) che determinando un danno  della mucosa intestinale stessa, sono causa di analoga sintomatologia che, nell’arco di qualche mese, tende a ridursi per il progressivo recupero dell’attività lattasica.
 
I SINTOMI:
 
- Eruttazioni, crampi e dolori   addominali (a volte  scariche diarroiche con emissione di feci completamente liquide ed acide), coliche addominali, meteorismo con distensione intestinale e flatulenza fanno la loro comparsa da 1 a 3-4 ore dopo l’ingestione di un pasto contenente lattosio (generalmente latte o prodotti caseari freschi, ma anche altri alimenti in cui il lattosio è presente, come bresaola, carne di vitello, prosciutto crudo, mortadella, alcuni tipi di pane, farmaci etc…). C’è da dire, tuttavia, che concorrono a produrre un quadro sintomatologico simile anche atri disordini clinici correlati ad esempio, ad una ipersensibilità alle proteine presenti nel latte che possono indurre reazioni di tipo allergico oppure ad altre sostanze presenti nel cibo (proteine alimentari, in particolare del latte e del grano; va escluso il morbo celiaco), verso le quali si può, più o meno, essere intolleranti o, ancora, ad un’intolleranza ad altri zuccheri (fruttosio; presente nella frutta).
 
In una situazione simile molte persone sono istintivamente portate ad evitare prodotti alimentari contenenti lattosio.
 
Le stime suggeriscono che circa 240 ml di latte (vi sono contenuti 12 gr di lattosio) al giorno sono necessari per indurre la comparsa di sintomi in soggetti con deficit di lattasi.
 
Diagnosticare un’intolleranza al lattosio basandosi solamente sui sintomi è una diagnosi piuttosto inaccurata e comporta, di necessità, la scelta impropria di escludere il latte e i suoi derivati dalla dieta con conseguente decisa riduzione dell’assunzione di calcio, elemento essenziale, prevalentemente presente nei derivati del latte, di estrema importanza, soprattutto nella donna per l’alta prevalenza di osteoporosi che si osserva in post-menopausa.
 
 
 
 
COME SI DIAGNOSTICA L’INTOLLERANZA AL LATTOSIO?
 
Alla storia clinica corredata da una batteria di esami di laboratorio, ematologici e fecali, si aggiunge quello che è da ritenersi il il test chiave per porre una diagnosi certa di intolleranza al lattosio
2H- Breath Test al Lattosio, un'indagine non invasiva e ben tollerata dal paziente, che consiste nell’utilizzo di un gascromatografoper la misura, non invasiva, della percentuale di H2 (idrogeno) nell'espirato polmonare (bisogna soffiare in appositi dispositivi)
Al momento dell'esame, dopo il primo espirato (tempo “0”), si somministrano al paziente 25 g di lattosio (1 gr/kg in pazienti pediatrici). L'espirato del paziente viene raccolto con gli appositi dispositivi, dopo 60, 90, 120, 150, 180……240 minuti (per complessive 5  ore e 30 min successive all'assunzionedellattosio).
In caso di malassorbimento, il lattosio viene fermentato dalla flora del colon, con conseguente aumento della produzione di H2 (idrogeno) che risulterà quindi a concentrazione più alta nell'aria espirata dal paziente.
Diarrea? Crampi? Distensione addominale?
Queste manifestazioni possono comparire da 2 a 12 ore dopo l'ingestione di latte. Questo è uno dei motivi per cui alcuni ignorano di essere intolleranti al lattosio, dal momento che risulta difficile collegare l'insorgenza dei disturbi con l'assunzione di latte o derivati. Il lattosio presente nel latte, non idrolizzato dalla lattasi, passa indigerito nel colon dove può provocare i sintomi sopraccitati attraverso due meccanismi:
 
            - EFFETTO OSMOTICO, con richiamo di sodio e acqua nel lume intestinale.
            - FERMENTAZIONE, con formazione di acidi organici, gas (CO2, H 2 ) e acqua.
 
Non tutti i soggetti con deficit di lattasi sono, però, sintomatici quando assumono un alimento contenente lattosio.
Esistono, infatti, diversi gradi di deficit, ed in virtù di ciò, un soggetto con deficit di lattasi può essere in grado, ad esempio, di assumere e digerire senza sintomi 12 grammi di lattosio, ma non 20 grammi, mentre un altro soggetto può assumerne senza alcun disturbo 20 grammi, ma non 30. La quantità di lattosio ingerito è quindi fondamentale nel determinare o meno la comparsa dei sintomi.
I tipici sintomi: DIARREA, CRAMPI ADDOMINALI, DISTENSIONE, FLATULENZA, sono abbastanza fastidiosi e talora si sovrappongono a quelli di malattie concomitanti aggravandone il quadro clinico o ritardandone la diagnosi, così come anche alla nota Sindrome dell’Intestino Irritabile.
CONCLUSIONI:
Perché  diagnosticare con certezza l’intolleranza al lattosio?
1)      Per chiarire la natura della propria sintomatologia e provvedere alle cure del caso.
2)      Perché non tutti coloro che presentano i sintomi su descritti, sono sicuramente intolleranti al lattosio;  pertanto, molti pazienti ritenendo di esserlo possono arrivare a privarsi, magari ingiustificatamente, di un regime alimentare che rimane importante per i seguenti motivi:
       - Il latte ed i suoi derivati sono ricchi di Calcio, Vitamine, Proteine…,
             - Privarsene significa ridurre l’introito di calcio con la dieta, con un indubbio riflesso clinico
                vista l’alta prevalenza di osteoporosi che si osserva nei soggetti con deficit di lattasi.
3)      Soltanto nel caso in cui le indagini diagnostiche arrivassero a dimostrare l’esistenza di un’intolleranza al lattosio, sarà giustificata una dieta di esclusione alimentare magari in parte integrata con l’assunzione  dell’enzima lattasi al fine di prevenire o ridurre l’avanzamento dell’Osteoporosi.

Check-Up Ecografico Completo

Eco Collo, Eco Color Doppler Vasi Carotidei, Addome e Pelvi, Scroto

Nell’ottica della medicina preventiva si prefigge lo scopo di diagnosticare precocemente malattie croniche evolutive e/o tumori in fase preclinica o paucisintomatica.

 

Eco Color Doppler Vascolare

Carotidi: Sintomi di vertigine. Fruscio nel collo. Episodi sincopali con perdita di coscienza. Check-Up preventivo per escludere la presenza di placche carotidee (adulti, ipertesi e diabetici).

Arterie Periferiche: Sintomi di cattiva circolazione (dolori agli arti inferiori durante la marcia e/o crampi). Diabete.

Vene Periferiche: Varici agli arti inferiori. Flebiti e/o trombosi venosa profonda. Dolori e senso di pesantezza agli arti inferiori.

Ecografia Collo

Tiroidea, Paratiroidea e Ghiandole Salivari

Masse nel collo o nell’area della ghiandola tiroide. Alterazione degli ormoni tiroidei. Storia di irradiazione del collo (radioterapia). Anormalità e tumefazione delle ghiandole salivari.

 

Ecografia Addominale

Fegato, Colecisti, Pancreas, Milza, Reni, Surrenali, Aorta add., Intestino, Linfonodi

Dolori addominali. Sospetta calcolosi della colecisti. Masse addominali avvertite dal medico. Alterazione degli esami di laboratorio (transaminasi). Ittero. Aumento del volume dell’addome (presenza di liquido ascitico da cirrosi epatica). Infezioni addominali. Linfonodi patologici. Screening per cirrosi epatica e cancro nei Pazienti affetti da epatite virale da virus B e C. Diarrea cronica. Aneurisma dell’aorta addominale. Dolore lombare o al fianco. Ostruzione dell’uretere da calcolo. Infezione delle vie urinarie. Presenza di sangue nelle urine. Storia di calcolosi renale. Insufficienza renale. Cisti renali. Masse renali (tumori, altro).

Ecografia Pelvica

Vescica, Prostata, Utero e Ovaie

Dolore pelvico. Masse pelviche avvertite dal medico. Sanguinamento anomalo. Infezione pelvica. Utero fibromiomatoso.Tumori. Storia familiare di cancro ovario (screening). Infertilità (indagini per capirne le cause). Problemi prostatici (aumento di volume della prostata, difficoltà alla minzione, minzione durante le ore notturne). Elevazione del PSA prostatico. Nodulo prostatico avvertito dal medico in corso di esame rettale per lo screening del cancro prostatico. Ricerca del cancro in vescica…etc.

             Ecografia Mammaria                                     

Valutazione di masse viste alla mammografia o nel corso di una visita senologica al fine di discernere tra nodulo solido e nodulo cistico.

Ecografia Scrotale

Dolore testicolare. Tumefazione scrotale e/o massa avvertita dal paziente o dal medico. Infertilità per capirne le cause. Trauma testicolare. Sospetta torsione del testicolo. Varicocele (Eco Color Doppler).

Ecografia Muscoloscheletrica Cute

Spalla, Ginocchio, Caviglia, Polso, Tessuti Sottocutanei

Rottura dei tendini della cuffia dei muscoli rotatori. Dolore alla spalla. Sospetta rottura muscolare (traumi sportivi, incidenti). Tendinite o sospetta lesione tendinea. Masse o tumefazione nel tessuto sottocutaneo (lipomi, altro...). Articolazione del polso per la diagnosi precoce della sindrome del tunnel carpale e delle cause scatenanti.

                                                                                                                      DOTT.SILVIO SCARPELLI

Dott. Angelo Pomes
Specialista in Neurologia e Neuropsichiatria Infantile


La Cefalea

Quanti dei nostri lettori possono dire di aver sperimentato una volta almeno nella loro vita la cefalea?

Moltissimi se non quasi tutti!

La cefalea o mal di capo è di fatto un disturbo doloroso che spesso ci affligge rendendo penose le nostre attività quotidiane, mina la disponibilità verso noi stessi e gli altri e incide pesantemente sulla nostra qualità di vita.

Esistono innumerevoli tipi di cefalea che vengono fondamentalmente suddivise in due gruppi: le forme cosiddette primarie ,le più numerose, nelle quali il mal di testa è esso stesso la malattia e non riconosce altre cause e le forme secondarie in cui la cefalea è un sintomo di una malattia sottostante, in alcuni casi potenzialmente pericolosa.

In questo articolo ci soffermiamo brevemente e sommariamente sulle Cefalee primarie.

Le cefalee primarie si suddividono in vari tipi: L’Emicrania,con le sue varianti, la Cefalea tensiva, e la Cefalea a grappolo sono le principali.

Il 50-60% della popolazione soffre di cefalea e tale dimensione numerica fa del  mal di testa un problema sociale.

La cefalea colpisce soprattutto l’età giovanile e adulta per poi tendere a diminuire con la vecchiaia. Le donne ne sono in prevalenza colpite, in proporzione di 3 a 1 rispetto ai maschi. Il mal di testa, pur essendo un disturbo dell’adulto, può iniziare anche nell’infanzia; non è infrequente infatti che  bambini si  lamentino di cefalea.

Come si manifesta?

L’Emicrania comunemente si presenta come attacchi ricorrenti di dolore pulsante di intensità spesso forte che interessa prevalentemente un emicranio e si associa a nausea, raramente anche vomito,fastidio alla luce,ai rumori e anche agli odori. Ogni attacco dura in media da molte ore fino a tre giorni. Spesso costringe chi ne soffre a letto al buio nella quiete non permettendogli alcuna attività fisica o lavorativa. La stessa attività fisica può aggravare il dolore pulsante. Spesso,come molti dei lettori  hanno sperimentato, la crisi di cefalea è preceduto 2-3 giorni prima da modificazioni dell’umore, maggior irritabilità, svogliatezza e aumento dell’appetito. A crisi cessata si ritorna a star bene.

In una certa percentuale di casi l’ emicrania, così come è stata descritta, è preceduta da deficit neurologici transitori consistenti ad esempio in intorpidimento di una emifaccia con emilingua associato a intorpidimento dell’arto superiore dello stesso lato, talvolta può esserci anche difficoltà o incapacità a parlare oppure compare una cecità di metà campo visivo.  Disturbi tutti che, la prima volta, allarmano e gettano nel panico il soggetto e i suoi famigliari nel timore di paralisi irreversibili, con rapido ricorso allo specialista o al pronto soccorso. Tali deficit neurologici transitori caratterizzano l’Emicrania con aura.

La frequenza,la durata e l’intensità dell’emicrania presentano una elevata variabilità individuale.

 

 

La Cefalea Tensiva si manifesta con episodi ricorrenti che possono durare da 30’ a giorni. Il dolore è tipicamente compressivo-costrittivo, di intensità lieve o moderata, con localizzazione diffusa al capo ”tipo casco” e non peggiora con la normale attività fisica .E assente la nausea, può presentarsi fastidio alla luce o ai rumori. Quando gli attacchi sono molto frequenti  ­>15 al mese o quasi quotidiani e si prolungano per mesi si parla di cefalea di tipo tensivo cronico.

In questo tipo di cefalea giocano un ruolo fondamentale per la sua insorgenza e mantenimento eventi emotivamente stressanti come la presenza di conflittualità famigliare o lavorativa,o la presenza di disturbi dell’affettività: ansia, depressione. Questo tipo di cefalea è più frequente nel sesso femminile,può manifestarsi a qualsiasi età, sebbene l’esordio fra i 20-40 anni sia il più frequente.      

La Cefalea a grappolo si distingue per le seguenti caratteristiche: attacchi di dolore unilaterale, Intensità elevata, sede di manifestazione orbitaria, sovraorbitaria e/o temporale. Durano 10-15 minuti, con una frequenza variabile da un attacco ogni 2 giorni ad 8 attacchi al giorno. Gli attacchi si presentano anche di notte svegliando il paziente con dolore violento lancinante. Sono accompagnati da uno o più dei seguenti segni: congiuntive arrossate, lacrimazione, naso chiuso, sudorazione facciale, restingimento della pupilla, lieve caduta palpebrale, gonfiore palpebrale.

Gli attacchi si raggruppano in periodi di settimane o mesi (grappoli) separati da periodi di assenza dalle crisi di mesi o anni. Caratteristica di tale forma è che colpisce 9 volte su 10 gli uomini, e, per fortuna, vista la gravità del dolore, è discretamente rara.

Si deve convivere con la cefalea o vi sono cure che possono risolvere o alleviare di molto tale problema?

Molto spesso chi soffre di mal di testa tende a far da sé assumendo analgesici da banco e raramente ricorre al medico o allo specialista neurologo.

Il ricorso al medico invece è necessario prima di tutto per la diagnosi: accertarsi che la Cefalea non sia un sintomo di una malattia sottostante potenzialmente pericolosa e quando questa evenienza sia stata esclusa per impostare un corretto percorso terapeutico.

Nel trattamento della cefalea primaria  distinguiamo quello in acuto e quello di profilassi, cioè il trattamento che tende a evitare il ripetersi delle crisi, quando queste sono frequenti,più volte al mese, e a migliorare la qualità della vita del paziente.

 Scopo del trattamento in acuto è la risoluzione del sintomo dolore, la scomparsa dei sintomi associati e il rapido ripristino del benessere psicofisico del paziente. A tale scopo i farmaci che vengono usati sono vari: dai comuni analgesici o antiinfiammatori (Fans), agli ergotaminici. ),o a farmaci più specifici come i Triptani.

Il  trattamento di profilassi dell’emicrania è un momento complesso che vede lo specialista impegnato nel definire e inquadrare il tipo di cefalea di cui il paziente soffre.

 

 

 

 

 Ricerca in via preliminare la presenza di eventuali fattori scatenanti la cefalea ad es. nutrizionali (alcool, cioccolato, formaggi stagionati, insaccati,ecc.); ambientali (ritmo sonno/veglia, rumore, stress),farmacologici (nitroderivati, la pillola anticoncezionale,ecc) al fine di escluderli.

Il trattamento farmacologico si avvale di più classi di farmaci: beta bloccanti, calcioantagonisti, antagonisti dei recettori 5 HT2 , antidepressivi, ecc. Il trattamento farmacologico spesso non è disgiunto dal trattamento psicoterapeutico del paziente di cui si valuta la presenza di situazioni conflittuali o stressanti e la presenza di turbe dell’umore. Anche il ricorso a tecniche di rilassamento possono entrare nelle indicazioni della profilassi delle cefalee.

Da quanto su detto l’inquadramento clinico e il successivo trattamento non è cosa semplice,  per questo  lo specialista neurologo esperto rappresenta colui a cui far riferimento.

                                                                                        

                                                                                              

 

 

 

 

 

 

  

    

 

 

Dr. Guido Cappellaro
Specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione

 

IDROKINESITERAPIA: UN TUFFO CHE RIABILITA

L’idrokinesiterapia come tecnica di cura si è sviluppata piuttosto recentemente, in particolare nei paesi anglosassoni durante e dopo la seconda guerra mondiale, successivamente in altri paesi.

Un programma riabilitativo in vasca terapeutica è oggi determinante per ottenere in ambito di patologie ortopediche,reumatologiche e neurologiche risultati positivi  non altrimenti perseguibili in un ambiente condizionato dalla forza di gravità.

 L’effetto benefico della idrokinesiterapia è dovuto a diversi fattori come:

a) La spinta idrostatica, che produce il galleggiamento in opposizione alla forza di gravità ( il peso del corpo diminuisce) facilitando ad esempio sia il recupero del tono muscolare che della escursione articolare.

 b) La pressione idrostatica che favorisce il circolo venoso di ritorno riducendo gli edemi, tramite l’aumento della pressione endoaddominale favorisce l’espirazione, favorendo gli scambi respiratori.

c) Resistenza dell’acqua: un movimento lento e continuo in acqua,grazie alla spinta di galleggiamento, ottiene una facilitazione al movimento stesso e quindi un aumento della mobilità articolare; raddoppiando la velocità di esecuzione la resistenza dell’acqua aumenta di quattro volte e quindi si ha una azione di contrasto al movimento stesso migliorando così il trofismo muscolare.

 d) Azione idromassoterapica. La pressione esercitata dall’acqua esercita una vera e propria azione massoterapia con tutti gli effetti di tale metodica: azione antiedemigena,antalgica, miorilassante.

e) Azione termoterapica. La temperatura delle vasche di idrokinesiterapia è mantenuta tra i 30°  e i 32° C. A questa temperatura il bagno è miorilassante e sedativo. L’azione termoterapica si mantiene costante per tutta la durata del trattamento, diversamente da quanto si verifica per altri mezzi fisici.

 f) Effetti psicologici. L’acqua calda ha un’ azione euforizzante e questa sensazione di benessere ha grande importanza nel programma riabilitativo. Inoltre la presa di coscienza da parte del paziente sulle sue possibilità di movimento aumenta le motivazioni riguardo al programma terapeutico e la collaborazione nei confronti del terapista.

 Il paziente deve essere sempre valutato dal medico specialista fisiatra, in quanto il trattamento idrokinesiterapico oltre alle indicazioni, relative agli esiti di fratture, di interventi in artroscopia alla spalla e ginocchio, esiti di artroprotesi d’anca e di ginocchio, cervico-lombalgie in fase acuta e cronica, patologie articolari degenerative ( artrosi), osteoporosi, esiti di patologie neurologiche (emiplegia, poliomielite, paraplegia, paralisi periferiche, sindromi cerebellari) presenta delle controindicazioni assolute, relative e temporanee.

 Va precisato che le caratteristiche degli impianti per uso balneare non sempre sono idonee per scopi terapeutici, sia per le attrezzature che per i valori della temperatura dell’acqua, sensibilmente più bassa rispetto a quella degli impianti terapeutici.

 

 

 

                                            

                                                                 

Dott. Antonio Neri
Specialista in Cardiologia
 
 
 
 
 
 Un motore umano:il cuore.
 
 
Il cuore è un muscolo,ma con alcune importanti differenze rispetto agli altri muscoli del corpo.
Esso infatti,rispetto agli altri,contiene delle cavità,chiamate atri e ventricoli,che gli permettono una particolare funzione tipo "pompa meccanica".
Un'altra differenza riguarda la modalità di contrazione:ad esempio,per il movimento di un arto è necessario un comando che parte dal cervello ,attraverso il relativo nervo raggiunge il muscolo dell'arto e ne determina la contrazione;ciò evidentemente non è possibile per il cuore,perchè il suo movimento deve essere incessante e non può dipendere dalla volontà del soggetto.In altre parole,parafrasando un detto amoroso,"al cuor non si comanda".

Questa attività autonoma del cuore è possibile in quanto esso possiede una specie di "cervello elettronico " al proprio interno,una sorta di batteria,che dura quanto la vita del soggetto, che si chiama "nodo del seno" ;esso invia il comando per la contrazione a tutta la muscolatura cardiaca,attraverso dei "nervi" propri, delle fibre elettriche specializzate.

La struttura del cuore somiglia molto a quella di un motore meccanico:la parte muscolare che si contrae ricorda i pistoni,le valvole cardiache ricordano le valvole del motore,il "nodo del seno" e le fibre elettriche specializzate fanno pensare ai cavi elettrici.Il cuore tuttavia possiede un altro nodo di riserva,che interviene in caso di malfunzionamento del nodo del seno,ed altri centri ancora seppur meno efficaci.

La funzione del cuore è quella di ricevere e mandare il sangue nel corpo:riceve il sangue ossigenato dai polmoni e poi lo invia a tutto il corpo,riprende il sangue (che ha ceduto l'ossigeno alle cellule) e lo rinvia ai polmoni dove viene ossigenato,e il ciclo ricomincia.Questa attività ricorda un pò quella di una pompa meccanica ,che prende e manda;i nostri anziani penseranno alla pompa manuale che serviva per trasferire il vino da una botte piccola usata per il trasporto ad una botte grande fissa.

Il cuore quindi visto freddamente come motore umano con funzione meccanica;ma qualcuno direbbe:e le emozioni che si attribuiscono al cuore?Cuore afflitto,cuore allegro,cuore innamorato,cuore triste,cuore stanco,cuore tenero...
Ma non si dice a volte anche di un motore:è allegro,senti come canta bene...
Dott. Vincenzo Lamberti
Specialista in Medicina dello Sport
 
 La visita medico sportiva non è una formalità!
 
Il certificato medico che attesta l’idoneità alla pratica sportiva o all’attività motoria di un qualsiasi soggetto (sia bambino che adulto) viene spesso considerata una formalità burocratica e vissuta con fastidio dall’utente.
Al contrario la visita medico-sportiva che ovviamente precede la stesura del certificato, va considerata come un salva-vita, non solo per chi intende ottenere l’idoneità allo sport agonistico, ma anche per tutti quelli desiderano iniziare in sicurezza un’attività motoria.
 
L’occasione fornita dalla visita è importante perché in grado di accertare il buon funzionamento dell’apparato cardiovascolare e, quasi sempre, di identificare la presenza di malattie silenti, a rischio, che non tollerano sforzi intensi e che possono sfociare in un evento fatale.
Proprio per questo che l’Italia, nazione all’avanguardia in questo campo, con i D.M. del 1982 e del 1983, rendeva obbligatoria per tutti i tesserati delle federazioni sportive lo screening annuale per l’idoneità allo sport e, nello stesso tempo, responsabilizzava le società sportive affidando loro il compito della verifica dell’avvenuta visita.
 
L’effettuazione della visita con cadenza annuale, trova logica e scientifica giustificazione nel fatto che, per una qualsiasi noxa patogena, sopravvenuta anche a distanza di breve tempo dal rilascio del certificato, si possono instaurare malattie occulte che, se presenti a carico dell’apparato cardiovascolare, possono sfociare anche nella cosiddetta “morte improvvisa”.
 
A secondo dello sport praticato, la visita medico sportiva consiste nella:
 
  • Raccolta della storia clinica, familiare e personale dell’atleta
  • Visita cardiologica con esecuzione dell’elettrocardiogramma a riposo e sotto sforzo
  • Spirometria
  • Esame delle urine
  • Esame del visus
  • Visita specialistica in medicina dello sport e rilascio del certificato di idoneità o non idoneità all’attività agonistica e non.
 
In caso di fondati sospetti clinici, per lo più di natura cardiologica, il medico può richiedere tutti gli accertamenti integrativi che ritiene necessari per chiarire i dubbi diagnostici, come ad esempio l’elettrocardiografia dinamica secondo Holter, la misurazione nelle 24 ore della pressione, l’eco-cardiogramma, gli esami ematochimici, etc.
 
In un recente studio effettuato dall’Università di Padova, i ricercatori hanno potuto dimostrare che in Italia, grazie all’introduzione della visita medico sportiva obbligatoria e con precoce allontanamento dello sportivo dai rischi legati agli sforzi dello sport agonistico, l’incidenza della morte improvvisa nei giovani atleti, è passata in quattro lustri da quattro casi ad un caso su centomila all’anno.
 
 
 
                                                                 

 

Dott.ssa Vanesa Germoni
Specialista in Geriatria

 

 Osteoporosi, un problema attuale.

 

L’osteoporosi è una malattia sistemica dello scheletro caratterizzata da riduzione della massa ossea e da deterioramento della microarchitettura dell’osso con conseguente aumento della fragilità dello scheletro e predisposizione alle fratture.

Malattia poco conosciuta e ignorata fino a qualche anno fa, rappresenta oggi una patologia di grande interesse ( nello scorso Ottobre si è celebrata la Giornata Mondiale dell’osteoporosi, malattia che colpisce quasi una donna su due dopo i 50 anni di età); si tratta di una vera e propria epidemia silenziosa che si propone con sempre maggiore rilievo all’attenzione dei programmi di politica sanitaria in quanto importante sia dal punto di vista medico che socio-economico. L’osteoporosi colpisce particolarmente gli anziani e le donne dopo la menopausa e deve essere considerata come una patologia con precisi fattori di rischio che si possono evitare e con fattori protettivi che si devono incentivare.

L’osteoporosi è un problema clinico molto comune ed è uno dei fattori più importanti che contribuiscono alla perdita di indipendenza degli anziani provocando dolore e atteggiamenti viziati in particolare a carico del rachide dorso-lombare, crolli e fratture vertebrali, fratture femorali,  con conseguenti invaldità significative  peggiorando di conseguenza la qualità della vita per perdita della autonomia alle principali attività della vita quotidiana.

L’osteoporosi è spesso associata ad altre cause, comportandosi come conseguenza di una malattia che la determina. D’altra parte numerose persone vengono classificate banalmente come affetti da osteoporosi ma che in realtà soffrono di altre patologie che hanno meccanismi di demineralizzazione diversi e che pertanto necessitano di una specifica terapia.

Il problema dell’osteoporosi rimane strettamente connesso con quello dell’invecchiamento perché le fratture si verificano soprattutto in età avanzata. Le fratture sono una evenienza frequente già dopo i sessanta anni. A 50 anni di età, nelle donne, il rischio di subire una frattura da osteoporosi al femore, vertebre e anca nella restante parte della vita è di oltre il 40% pari a quello delle malattie cardiovascolari. Tuttavia lo studio epidemiologico dell’osteoporosi è difficoltoso per molte ragioni, la più importante è forse data dal fatto che la semplice riduzione della massa ossea è di per se stessa asintomatica e pertanto le manifestazioni cliniche sono correlate esclusivamente alla sua principale complicanza che è la frattura e alle conseguenze che da essa derivano.

La frattura rappresenta il risultato di un lungo processo i cui determinanti principali sono la ridotta massa ossea e le cadute. Gli anziani cadono piuttosto facilmente e le conseguenze di una caduta possono essere molto gravi, con fratture, disabilità e addirittura il decesso per le complicanze sopravvenute alla frattura stessa. La causa delle cadute è varia e complessa: inciampare, perdere l’equilibrio, avere scarsa vigilanza, ma anche sincopi, TIA, deficit visivi, ecc. La caduta è senz’altro favorita dalle barriere architettoniche, mancanza di opportuni ausili o scarsa illuminazione negli ambienti.

Alla luce di quanto detto una importanza rilevante riveste la prevenzione dell’osteoporosi che deve iniziare quanto più precocemente possibile. Ciò è in particolare necessario per le donne che presentano il maggior rischio e la maggiore probabilità dello sviluppo di osteoporosi. Contrariamente a quanto si possa presumere gran parte dei costi sociali e sanitari conseguenti all'osteoporosi e alle sue complicanze non sono legati ai costi farmacologici, ma alle conseguenze di osteoporosi misconosciuta (invalidità transitoria e/o permanente, mortalità precoce e quindi evitabile, cura e riabilitazione ecc). Per tentare di ridurre l'impatto sanitario e sociale di una patologia per lo più asintomatica, progressiva e potenzialmente invalidante quale è l'osteoporosi, appare prioritario perseguire un percorso di prevenzione tramite approccio diagnostico con esame densitometrico e l’ultrasuonografia, trattamento medico e riabilitativo(es. di potenziamento muscolare,es. posturali) e  di promozione della salute (adeguato apporto di calcio con l’alimentazione, norme igieniche), in definitiva opera di  sensibilizzazione sui vantaggi collegati all'adozione di stili di vita sani in una visione che abbracci l'intero corso della vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonio Siepi
Dottore in Fisioterapia
 
La Capsulite Adesiva o Spalla Congelata
Principi generali di Riabilitazione
 
La Capsulite Adesiva è caratterizzata da un’importante perdita di mobilità attiva e passiva della spalla, imputabile ad un processo infiammatorio con conseguente formazione di aderenze tra capsula e collo anatomico dell’omero. Il volume articolare si riduce a meno di 10-12ml (normalmente e pari a 20ml).
Per la diagnosi di “spalla congelata” non esistono criteri diagnostici universalmente riconosciuti; i seguenti parametri sono comunque accettati dalla maggior parte degli specialisti:
 
·        Ridotta mobilità gleno-omerale e desincronizzazione della mobilità del cingolo scapolo-omerale
·        Ridotta elevazione (meno di 135°)
·        Ridotta rotazione esterna del 50-60% dei valori normali
·        Rotazione interna molto limitata ( la mano non arriva ai processi spinosi di L5-S1)
 
Le normali proiezioni radiografiche solitamente non evidenziano lesioni. L’artografia di spalla è da considerarsi l’esame fondamentale per la diagnosi di tale patologia. Non deve però essere considerato un esame di routine, in quanto invasivo, ma va consigliato dall’ortopedico in caso di significatività all’anamnesi o all’esame clinico.
 
La “Spalla congelata” viene considerata primaria, quando ha un esordio spontaneo; è secondaria quando è imputabile a una qualche condizione patologica (per es.trauma della spalla, frattura dell’omero, ecc)
La sintomatologia tipica di una spalla congelata primaria è suddivisa in tre fasi:
 
1.      Fase dolorosa (fase di congelamento)
  •  Durata 2-9 mesi
  •  Dolore ingravescente diffuso di spalla, perdita graduale dell’articolarità gleno-omerale
  •  Impotenza funzionale progressiva a carico dell’arto interessato
2.      Rigidità
  •  Durata 4-12 mesi
  •  Importante limitazione articolare, con perdita dell’extrarotazione, intrarotazione e abduzione
3.      Fase di scongelamento
  • Durata altamente variabile
  •  Recupero graduale del movimento.
 
Trattamento e protocollo riabilitativo
L’iter per una corretta riabilitazione prevede:
 
1.       Step
a.       Infiltrazione subacromiale  di Marcaina (per la distensione capsulare ed anestesia locale) e Kenacort ( a scopo antiflogistico) , da parte dello specialista.
b.      Mobilizzazione passiva della spalla, entro 12h dall’infiltrazione, sino al recupero dai 30° ai 60°, in elevazione ed abduzione.
2.       Step
a.        Esercizi di streching(per 3 volte alla settimana) in acqua calda (32°) su tutti i piani di movimento, in particolare per il recupero dell’extrarotazione. Questa fase può durare dalle 3 alle 5 settimane.
b.      Successivamente, il paziente può iniziare a seguire un programma di potenziamento muscolare nei limiti imposti dall’articolarità recuperata. Questa fase è altamente variabile.
3.       Step
a.       In genere la riabilitazione si sospende quando si raggiungono i 150° di elevazione anteriore, i 45° di extrarotazione e l’intrarotazione a livello del 12° processo spinoso toracico. Ma comunque il paziente deve continuare ad eseguire gli esercizi che gli verranno insegnati per 5 minuti per 2 volte al giorno, per un periodo di almeno 3 mesi.
 
Gli obiettivi del trattamento riabilitativo sono il controllo della sintomatologia dolorosa ed il recupero della articolarità della spalla. Il trattamento dipende dall’esame clinico e dalla stadio della patologia al momento della diagnosi; viene continuamente modificato in relazione alla risposta del paziente al trattamento seguito.
Bibliografia:
S.Brent Brotzaman: Riabilitazione in Ortopedia e Traumatologia 1988
Andrews JR, Willk KE : The athlete’s Shoulder  1995
Binder AI et al : Frozen shoulder: a long-term prospective study  1984
Craig EV: Total shoulder replacement 1988
Culhaman E, Peat M: Functional anatomy of the shoulder complex; J Orthop Sports Phys Ther 18:1 1993
Leffert RD: The frozen shoulder, Instr Course Lect 34:19 1985
Lloyd JA, Lloyd Hm : Adhesive capsulitis of the shoulder, South Med 1983
Rockwood CA, Matsen FA: The Shoulder 1990
 

 
 
Stefano Rosset
Laureato Scienze Motorie
 
 
 
RITORNO ALL’ATTIVITA’ AGONISTICA DEL CALCIATORE DOPO LA RIABILITAZIONE  DI RICOSTRUZIONE DEL LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE
La riabilitazione del ginocchio operato è essenziale per ottenere un buon risultato; viene effettuata secondo protocolli ben precisi a seconda della tecnica operatorio utilizzata, dal tipo di trapianto e dalla sua fissazione. Possiamo affermare che la preparazione atletica del calciatore operato di ricostruzione del legamento crociato anteriore può cominciare solo se si possono ritenere riacquisiti determinati fattori:
o   Completa articolarità del ginocchio
o   Completa assenza di manifestazioni dolorose e di gonfiore, anche in seguito ad eventuali esercitazioni o stress muscolari
o   Discreto tono-trofismo dei muscoli estensori e flessori della gamba, dei mobilizza tori del femore, dei fissatori dell’anca e della caviglia.
Ciò ottenuto il calciatore esce dalla fase riabilitativa ed entra in un concetto di preallenamento atto come ultima fase alla reintegrazione nel gruppo squadra.
 
1 - Esercitazioni di preatletismo generale (primo periodo)
2 - Esercitazioni di preatletismo specifici (secondo periodo)
3 - Esercitazioni di tecnica vera e propria
 
PRIMO PERIODO (6 SETTIMANE)
·         Elasticità del sistema muscolo tendineo
·         Completa articolarità di ginocchio, anca e caviglia
·         Ottimo livello organico e neuromuscolare (capacità e potenza aerobica, forza dinamica)
·         Simmetria dei due arti in termini di spinta e coordinazione
Le esercitazioni in questo periodo di preallenamento saranno a prevalente carattere unidirezionale e utilizzeranno molto la palla.
Le esercitazioni nel secondo periodo di preallenamento sono atte a portare l’atleta ad una condizione fisico-atletica del tutto simile a quella del resto del gruppo, per poi poter passare all’ultima fase dove si riacquisisce la completa padronanza del gesto atletico specifico.
 
 
 
SECONDO PERIODO (6 SETTIMANE)
·         Ritorno all’attività agonistica
·         Rieducazione del complesso muscolo-tendineo e legamentoso del ginocchio alla funzione di torsione con spinta
·         Ulteriore incremento del livello organico e muscolare (potenza aerobica, capacità lattacida, capacità di accelerazione)
·         Superamento di eventuali ansie e preoccupazioni
·         Riacquisizione del gesto tecnici specifico
Le esercitazioni di questo periodo di allenamento hanno la caratteristica di fondere in un unico movimento il gesto tecnico con quello atletico, con graduale e costante incremento dell’impegno e delle difficoltà.
Da una oramai ben nota e condivisa credenza, i maggiori professionisti nel campo atletico e sportivo, tendono ad inserire nei vari programmi di rieducazione e riallenamento l’utilizzo dell’atrezzo specifico anche in fase precoce. Questo per due motivi principali:
·         Il primo, in qualche modo di carattere affettivo, risiede nel fatto che per il giocatore la palla, dopo un certo periodo di lontananza da essa, rappresenta un vero e proprio oggetto del desiderio. Tanta è quindi la voglia di tornare a palleggiare, calciare ecc. .
·         Il secondo motivo, strettamente legato al primo, è che l’utilizzo del pallone può permettere, con notevole risparmio di tempo, l’incremento delle capacità prestative specifiche per il calciatore.
Inseriamo di seguito quello che potrebbe essere un esempio di progettazione del lavoro nel primo periodo precedente al ritorno all’attività agonistica. Nella prima e seconda settimana sono presenti solo tre sedute settimanali in quanto il passaggio dall’attività fisioterapica a quella di ricondizionamento deve essere graduale. La terza settimana invece prevede già quattro sedute settimanali.
 
GIORNO
1° PERIODO – PRIMA E SECONDA SETTIMANA
LUNEDI’
Circ. e Forza Sovr. – Es. Miste – Tecn. – Cap. Aer.
MERCOLEDI’
Circ. e Forza Sovr. – Es. Miste – Tecn. – Cap. Aer.
VENERDI’
Forza Sp. – Tecn. – Pot. Aer.
 
 
 
 
Per Circ. e Forza Sovr. Intendiamo un circuit training avente per obiettivo il potenziamento muscolare del busto e degli arti superiori a cui fanno seguito gli esercizi di forza con sovracarico per gli arti inferiori. Vanno effetuati entrambi in palestra prima di entrare in campo.
Le esercitazioni miste, ovvero quelle forse più specifiche per il calciatore in quanto miranti congiuntamente all’incremento delle qualità fisiche e tecniche, vengono svolte a seguire, insieme a quelle prettamente tecniche
 
Giovanni Gardin
Dottore in Fisioterapia
 
 
 
ROTTURA DEL TENDINE D’ACHILLE:
TRATTAMENTO RIABILITATIVO POST-CHIRURGICO
 
Negli ultimi anni il continuo aumento del numero e dell’età media delle persone che praticano attività sportiva, ha portato ad un conseguente incremento di lesioni tendinee, tra le quali la rottura del Tendine d’Achille è una delle più frequenti. È bene ricordare che oltre agli sportivi (maggiormente esposti a questi traumi) queste lesioni possono interessare anche pazienti di una certa età che presentano patologie vascolari, disturbi metabolici e ormonali, oppure che fanno uso di particolari farmaci che possono indurre una rottura spontanea.
 
La classificazione della rottura del Tendine d’Achille si può così riassumere:
  • traumatica (recente – inveterata)
  • dismetabolica (acuta – subacuta – cronica)
  • infiammatoria (acuta – cronica)
Il quadro clinico è caratteristico: il paziente riferisce un dolore acuto di tipo trafittivo con impotenza funzionale. Raramente viene descritto un dolore modesto e in questi casi il paziente solo dopo alcune ore si rende conto di camminare “in modo strano” zoppicando vistosamente.
All’esame obiettivo si può notare il classico segno clinico dell’avvallamento cutaneo dovuto alla depressione del Tendine d’Achille nella porzione della lesione in cui i due monconi si retraggono.
La diagnosi si avvale dell’esame clinico supportato da Rx, ecografia e RMN.
 
Il Tendine d’Achille origina dalla fusione dell’aponeurosi dei muscoli gastrocnemio e soleo; solitamente la rottura è localizzata a circa 3-6 cm dall’inserzione calcaneare del Tendine in quanto questa è la porzione meno vascolarizzata e più sottile. Le lesioni che avvengono distalmente, a livello dell’inserzione calcaneare del Tendine, sono quelle a prognosi peggiore. Raramente la rottura è netta, infatti i due monconi si presentano sfrangiati e sflilacciati. Il trattamento è chirurgico tranne in pazienti molto anziani o che non possono sottoporsi ad interventi chirurgici ai quali viene riservato il trattamento conservativo. Le tecniche chirurgiche più usate prevedono: la semplice Sutura Termino-Terminale, Plastiche di Rinforzo, ricostruzioni con Tendini di Banca; in tutte queste tecniche si praticano lunghe incisioni chirurgiche (interventi a cielo aperto). Ci sono poi le tecniche a cielo chiuso per via endoscopica.
 
Il trattamento riabilitativo occupa un ruolo di primaria importanza affinchè il paziente torni a livelli funzionali precedenti senza deficit di forza. Una stretta collaborazione tra chirurgo e fisioterapista ci permette di raggiungere ottimi risultati sempre rispettando i tempi biologici dei tessuti lesi.
 
I protocolli di recupero post-chirurgico devono confrontarsi con diverse problematiche: mantenere la caviglia immobilizzata in equinismo oppure no? Per quanto tempo mantenere l’immobilizzazione? Quando concedere il carico completo? Quando togliere definitivamente il tutore? Quando e secondo quali parametri di riferimeno concedere il ritorno all’attività sportiva?
I protocolli di recupero sono ormai consolidati e prevedono:
  • 2-3 settimane di apparecchio gessato con piede in equinismo;
  • 3-5 settimane di gambaletto gessato con caviglia in flessione neutra consentendo la deambulazione, con carico completo dopo 6 settimane dall’intervento;
  • ritorno alla corsa dopo 14 settimane, con ripresa dell’attività sportiva non prima dei 5 mesi dall’intervento chirurgico dopo valutazione clinica e funzionale della gamba operata.
Solitamente la rieducazione funzionale ha inizio dopo la rimozione del primo apparecchio gessato e continua per 3-4 settimane dopo la rimozione del secondo gesso. Negli sportivi, invece, data la necessità di un recupero funzionale il più rapido possibile, si inizia il trattamento fisiochinesiterapico dopo pochi giorni dall’intervento, con elettroterapia stimolante ed esercizi di contrazione muscolare.
 
Fase Riabilitativa
 
Il processo riparativo di una rottura tendinea impiega diverse settimane, e soprattutto nella prima fase, il tendine viene protetto con un gesso o con un ortesi rigida. Naturalmente questo lungo periodo di immobilizzazione comporta atrofia muscolare e rigidità articolare.
Il fisioterapista dovrà consultarsi con il chirurgo ortopedico che ha eseguito l’intervento, poiché è il solo che può fornire utili informazioni per impostare un corretto intervento riabilitativo. In particolare l’ortopedico può fornire informazioni sull’estensione della lesione, sulla qualità dei monconi tendinei, sul tipo di sutura e quindi sulla tenuta della riparazione.
Il trattamento riabilitativo post-chirurgico ha una durata di circa 12 settimane (salvo complicazioni) con il ritmo di 3 sedute alla settimana alternate fra palestra e piscina.
 
Gli obiettivi terapeutici nella prima fase riabilitativa (obiettivi a breve termine) sono:
 
  • controllo dell’infiammazione e dell’edema
  • prevenzione delle aderenze
  • prevenzione dell’atrofia muscolare
  • recupero dell’escursione articolare
 
Al paziente possono essere insegnati esercizi, da eseguire a domicilio, di stretching in dorsiflessione con l’ausilio di un asciugamano ed esercizi di contrazione muscolare.
L’idrokinesiterapia viene iniziata quando la ferita lo permette. La possibilità di lavorare in acqua costituisce uno degli strumenti più efficaci nel contrastare il dolore e nella ripresa funzionale più completa.
 
Gli obiettivi nella fase di maturazione e rimodellamento (obiettivi a medio e lungo termine) sono:
 
  • recupero completo dell’articolarità e della forza muscolare
  • recupero dell’elasticità tissutale
  • ottimizzazione del recupero tendineo
 
Dal 2-3° mese si possono inserire esercizi con sollevamento sulla punta dei piedi e si continua poi il potenziamento muscolare con esercizi di rinforzo che coinvolgono l’intero arto inferiore.
 
Riabilitazione propriocettiva
 
Questa rappresenta una fase importantissima per la ripresa della normale attività del piede, che molte volte viene trascurata.
I recettori propriocettivi sono recettori nervosi estremamente specializzati e sono presenti in un numero molto elevato nelle strutture articolari, soprattutto su legamenti e tendini. Il loro compito è quello di inviare continuamente informazioni sullo stato di stiramento di tali tessuti per permettere al nostro sistema nervoso di reagire in modo adeguato ed estremamente rapido con contrazioni della muscolatura, idonee a stabilizzare l’articolazione e quindi conservare i rapporti articolari stessi, anche in situazioni dinamiche particolarmente stressanti per la caviglia. Tali recettori forniscono anche informazioni necessarie per il mantenimento dell’equilibrio nello spazio.
In seguito ad un trauma, la lesione di alcune fibre articolari e tendinee, l’insorgenza di edema delle strutture e gli stimoli dolorosi alterano il sistema di feed-back “stimolo propriocettivo-risposta neuromuscolare”, aumentando i rischi di recidive a carico dell’articolazione colpita.
Diventa fondamentale per il riabilitatore, recuperare nel minor tempo possibile le capacità propriocettive e stimolarle per restituire all’articolazione traumatizzata la piena efficienza e funzionalità.
La rieducazione neuromuscolare della caviglia e del piede generalmente passa attraverso fasi diverse, nelle quali gli stimoli preposti al paziente subiranno un incremento per quantità e qualità; sarà inoltre importante variare il più possibile gli stimoli stessi cambiando i parametri del movimento (asse, range e velocità).
Per la rieducazione propriocettiva si utilizzano solitamente piani instabili, quali le tavolette Freeman o i dischi gonfiabili instabili; ma è possibile fare molto altro sfruttando l’uso di semplici attrezzi, stimoli manuali indotti dal terapista e il carico del paziente stesso sia in acqua che in palestra.
 
 
 
Antonio Siepi
Dottore in Fisioterapia



Epicondilite
Principi Generali di Riabilitazione
L’epicondilite laterale classica (gomito del tennista) dipende da ripetuti microtraumi, con conseguente degenerazione del tendine dell’estensore radiale breve del carpo. Ipersollecitazioni muscolari eccentriche e ripetute intervengono nello sviluppo dell’epicondilite laterale. Anche lo svolgimento di attività inusuali per il paziente o una sindrome da ipersollecitazione possono essere indicati come fattori determinanti nella genesi di tale patologia. Il dolore durante l’estensione contro resistenza del polso, e la completa estensione del gomito permette di distinguere l’interessamento dell’estensore radiale lungo del carpo da quello dell’estensore radiale breve del carpo. Come per altri disturbi a carico del gomito, è importante effettuare un corretto esame obiettivo della spalla per escludere quest’ultima come causa primaria, nello squilibrio muscolo-articolare dell’arto superiore.
Protocollo Riabilitativo
Il protocollo riabilitativo nell’epicondilite si articola in tre fasi.
Nella prima fase (acuta) l’obiettivo principale consiste nel ridurre l’infiammazione e il dolore a livello muscolare. Gli esercizi sub massimali possono essere iniziati già in tale fase se non causano dolore. I metodi consigliati per il trattamento del dolore e dell’infiammazione sono:
·         Crioterapia, con applicazione della borsa del ghiaccio per un tempo max di 15 minuti. Ripetere l’applicazione dopo 20 minuti, per almeno tre volte.
·         Massaggio Trasverso Profondo sulle inserzioni tendinee dei muscoli coinvolti
·         Tecarterapia in modalità Resistiva sulle inserzioni tendinee, ed in modalità Capacitiva lungo le fasce dei muscoli interessati.
E’ importante in questa prima fase evitare movimenti dolorosi e di sovraccarico del gomito.
La seconda fase (subacuta) prevede il potenziamento attivo e la ripresa dell’attività funzionale. Sia il potenziamento eccentrico, sia quello concentrico sono usati per  i gruppi muscolari coinvolti. Verso la fine di questa fase possono essere gradualmente riprese attività sotto sforzo se non compare dolore.
L’obiettivo della terza fase (finale) è il ritorno all’attività sportiva agonistica o precedentemente eseguita dal paziente. Questo obiettivo si raggiunge incrementando gli esercizi di potenziamento e di resistenza con completa articolarità.
Lo schema riabilitativo classico prevede cauti esercizi di stiramento inizialmente in flessoestensione e rotazione del polso. La posizione deve essere mantenuta per 10 secondi e l’esercizio ripetuto 5-10 volte. Se si avverte dolore, gli esercizi di stiramento passivo devono essere evitati. Quando la lesione sia imputabile ad un sovraccarico eccentrico, il potenziamento eccentrico è importante per prevenire le recidive. Il programma contro resistenza comprende la flessioestensione del polso e la pronosupinazione dell’avambraccio. Tali esercizi devono essere eseguiti senza avvertire dolore.
Si pensa che un tutore possa diminuire la contrattura muscolare attenuando la tensione muscolare a livello dell’unità muscolocutanea interessata. L’uso del tutore va inteso come ausilio agli esercizi di potenziamento muscolare e non come sostituto.
L’epicondilite è una patologia comune, spesso di lunga durata se non si interviene rapidamente ai primi sintomi di dolore. Per questo motivo, è importante che le fasi del protocollo riabilitativo siano eseguite in assenza di dolore o che questo sia minimo. Le ipersollecitazioni collegate all’attività agonistica o di vita quotidiana, devono essere ridotte modificando alcuni parametri quali la frequenza, l’intesità e la durata.
 
Bibliografia
Andrews JR, Schemmel SP, Whiteside JA: Evaluation,treatment and prevention of elbow injuiries in        throwing athletes . In The upper extremity in sports medicine, St.Louis, 1990 Mosby
Galloway M, De Maio M,Mangine R: Rehabilitative techniques in the treatment of medial and lateral epicondylitis, Orthopedics 15(9):1089,1992
S. Brent Brotzman : Riabilitazione in Ortopedia e Traumatologia, 1998 UTET
Morrey BF: Biomechanics of the elbow and forearm, Orthop Sports Med 17:840, 1994
Wilk KE: Rehabilitation of the elbow complex. In Andrews JR, Soffers S, in Elbow arthroscopy, Philadelphia 1994, Mosby
 
 
Dott. Pietro Cardin
Specialista in Oculistica
 
 
 
LA CATARATTA
 
Un disturbo della vista che affligge molte persone
 
COS’E’ LA CATARATTA
 
 
Il cristallino è quella  piccola lente biconvessa , trasparente, posta all’interno dell’occhio dietro al diaframma irideo . Esso serve a mandare a fuoco sulla retina le immagini  di oggetti situati a distanze diverse dall’occhio.
Quando questa lente si opacizza si parla di cataratta.
 
La cataratta dipende da  diverse cause: può essere senile , traumatica , metabolica , provocata da farmaci, congenita ,  secondaria ad altre malattie oculari , dovuta a malattie ereditarie , a  miopia elevata , a infezioni . Sicuramente la più frequente è la cataratta senile che rappresenta l’esito di un processo di invecchiamento fisiologico dell’occhio , un processo degenerativo irreversibile , legato all’età  , che provoca la progressiva perdita della vista .
La cataratta  è la più importante causa di cecità o comunque di deterioramento visivo in tutto il mondo . Circa il 40% dei soggetti di età compresa tra i 55 ed i 64 anni sviluppa una cataratta : questa percentuale raggiunge il 90% in quelli di età superiore ai 75 anni. Numerose sono anche le cataratte traumatiche che colpiscono soprattutto i giovani , quelle che insorgono nel contesto di malattie sistemiche quali il diabete e quelle dovute all’uso prolungato di farmaci come ad esempio il cortisone . Vi sono , inoltre , cataratte di origine sconosciuta .
 
L’età di insorgenza della cataratta è dunque variabile.
In genere l’opacizzazione si verifica prima in un occhio e poi nell’altro .
Dal momento della comparsa delle prime opacità alla formazione della cataratta vera e propria possono passare alcuni mesi o parecchi anni.
 
A tutt’oggi non esiste una terapia che impedisca o non faccia progredire la cataratta: la catarattogenesi nell’anziano è un fenomeno irreversibile e solo la chirurgia è in grado di ristabilire una perfetta trasparenza alla luce del bulbo oculare, con conseguente recupero funzionale del paziente . La tecnica chirurgica consiste nella “ estrazione “ del cristallino opacato e nella sostituzione con un cristallino artificiale chiamato anche lente intraoculare o IOL.
 
COME SI MANIFESTA
 
Il paziente che ha la cataratta presenta una serie di sintomi che  negli stadi iniziali non vengono generalmente percepiti.
Essi comprendono:
·        visione offuscata
·        visione doppia con un occhio ( diplopia monoculare )
·        visione ingiallita dei colori
·        difficoltà nella guida notturna
·        difficoltà nella visione diurna  al crepuscolo o in condizioni di bassa luminanza
·        difficoltà nella lettura per alterazione della sensibilità al contrasto
·        progressiva miopizzazione (cataratta nucleare ) o ipermetropizzazione (cataratta corticale )
·        aspetto grigio-giallastro del forame pupillare .
Un altro sintomo frequente della cataratta è il fastidio alla luce associato talvolta ad abbagliamento e alla percezione di aloni intorno alle sorgenti di luce : il cristallino  non più trasparente , infatti , genera un effetto ottico di “ diffusione “ della luce . Inoltre il cristallino opacato ha un indice di refrazione aumentato che induce uno stato di miopizzazione dell’occhio: questo fenomeno è percepito positivamente nell’anziano che riesce a leggere anche senza occhiali , tale effetto è però transitorio e si riduce con il passare del tempo mentre cresce il difetto visivo.
 
La diagnosi di cataratta viene formulata dal medico specialista oculista dopo aver effettuato un esame completo dell’occhio volto a considerare l’opacizzazione della lente ed ad escludere la presenza di altre patologie , corneali o retiniche , che potrebbero provocare il medesimo calo del visus.
 
COME SI CURA
 
Le indicazioni al trattamento chirurgico dipendono non soltanto dal grado di sviluppo della cataratta , dal visus residuo e dal tipo di cataratta , ma anche dalle attività che il paziente deve attendere nella sua quotidianità e dalle sue aspettative in termini di “ qualità di vita “.
Generalmente l’estrazione di cataratta viene decisa sulla base di una delle seguenti ragioni:
 1° per migliorare l’acuità visiva
 II° per motivi medici .
 L’acuità visiva è una percezione prettamente soggettiva: quella che per alcuni è un’acuità intollerabile, per altri è sufficiente e ancora soddisfacente ed è per questo che la decisione di “se” e “quando” operare spetta per lo più al paziente.
A volte , tuttavia , l’intervento non è scelto dal paziente ma quasi “imposto” o comunque calorosamente suggerito dal medico, ad esempio nel caso di glaucoma insorto a causa della cataratta ,o per  necessità di esaminare il fondo oculare nell’eventualità di  eseguire trattamenti laser sulla retina .
La tendenza attuale è quella di proporre l’operazione di cataratta al più presto possibile senza attendere che essa diventi “matura” come si diceva un tempo. E’ possibile eseguire l’intervento su entrambi gli occhi a distanza di pochi giorni anche se abitualmente si preferisce aspettare che il primo occhio operato si sia stabilizzato. Normalmente la chirurgia della cataratta migliora la visione per lontano e vicino nel 95% dei casi .
 
 
L’INTERVENTO PER LA CATARATTA
 
Sebbene il trattamento chirurgico della cataratta sia diventato ormai un intervento praticato in regime ambulatoriale ed in anestesia topica , con soli colliri anestetici ,
può essere buona norma eseguire esami di preparazione di tipo ematochimico di routine, nonchè un elettrocardiogramma.
L’intervento per correggere la cataratta è un intervento di microchirurgia che richiede l’impiego di microscopio operatorio per ingrandire i dettagli dell’occhio.
La moderna chirurgia della cataratta ne prevede la sua asportazione sostituendo il cristallino opacato con un cristallino artificiale. La tecnica più utilizzata in tutto il mondo è la facoemulsificazione . E’ una metodica poco traumatica , offre risultati ottimi ed asporta il cristallino dopo averlo frantumato con gli ultrasuoni . Questa tecnica , detta FACO , è l’intervento più noto e più efficace al momento e richiede 10-12 minuti per l’esecuzione.
La facoemulsificazione , eseguita al microscopio , è preceduta da un piccolo taglio lungo 2.5 millimetri nella zona tra la cornea e la sclera ( il bianco dell’occhio ), si apre la capsula che avvolge il cristallino e si introduce il facoemulsificatore. Quest’ultimo è uno strumento dotato di una punta che vibra alla velocità 40-50.000 volte al secondo circa , generando degli ultrasoni che determinano la frantumazione del cristallino catarattoso . Questa stessa punta poi asporta i pezzi frantumati e lascia vuota la capsula del cristallino.
La fase successiva dell’intervento consiste nell’inserimento del cristallino artificiale sostitutivo detto IOL ossia lente intraoculare. Questo va posizionato proprio all’interno della capsula , si adagia in essa spiegando le sue anse e fissandosi in periferia con esse e rimane sospeso nell’occhio dietro all’iride e davanti al vitreo.
 Il paziente può lasciare la sala operatoria già pochi minuti dopo aver terminato l’intervento ed essere rivisto per un controllo dopo 2-3 gg . A domicilio dovrà instillare delle gocce di collirio antibiotico per tre-quattro settimane.
 
In genere è consigliabile , nei primi giorni successivi all’intervento, non compiere sforzi fisici eccessivi, non comprimere l’occhio , indossare degli occhiali scuri protettivi, applicare una mascherina protettiva durante le prime notti : per il resto il paziente può svolgere le sue normali attività .
 
Il potere della IOL viene calcolato prima dell’intervento chirurgico mediante un biometro oculare . In base ai dati ottenuti dalla biometria oculare si sceglie la lente che rende l’occhio senza difetti di refrazione .Le IOL hanno vario potere refrattivo e quindi offrono un’ampia gamma di scelta.
Si possono così correggere sia la miopia che l’ipermetropia ; addirittura con le lenti di ultima generazione è possibile correggere contemporaneamente e simultaneamente la visone per lontano e per vicino (IOL multifocali ). Recentemente sono state prodotte IOL pieghevoli con colorazione gialla che filtrano le radiazioni ultraviolette e lo spettro del blu che risultano dannosi per le strutture retiniche . A volte comunque dopo l’intervento il paziente ha bisogno di una correzione con occhiale.
 
In conclusione si può affermare che l’intervento di cataratta non costituisce più un problema : eseguito con le moderne tecnologie  e in un centro adeguato può considerarsi del tutto risolutivo per il ripristino della funzione visiva.